“C’è poco da essere felici se non si è veri.” Out intervista Giulia Delprato.

di romacomenewyork

Out. Sei una giovanissima fotografa freelance: quando hai capito che ti trovavi a tuo agio dietro un obiettivo?
Giulia Delprato
. Diciamo che ho cominciato a scattare fotografie ossessivamente attorno ai diciassette anni. Sono andata ad un concerto qui a Roma di una band che allora mi interessava parecchio (concerto aperto, fra l’altro, dagli allora Betty Ford Center), e una volta lì ho preso in prestito la vecchia macchina fotografica di un’amica. C’era una fotografa “seria” sottopalco, con la reflex e tutto quanto, che si muoveva con spontaneità e confidenza, prendendo foto da angolature interessanti, sbucando fuori dal backstage… quella ragazza è stata, senza che né io né lei ne avessimo consapevolezza, la mia prima lezione di fotografia. Mentre lei scattava, ho scattato anche io e sono tornata a casa con qualcosa come centocinquanta fotografie. Farle prima, e riguardarle poi, mi è piaciuto talmente tanto che non ho più smesso.

O. Che tipo di soggetti ti piace fotografare e che immagini ti piace catturare? E che rapporto hai con la fotografia, quando davanti all’obiettivo ci sei tu?
GD.
Ovviamente il mio soggetto preferito è la musica, o meglio, i musicisti. In generale mi piacciono i volti, le mani, i gesti delle persone quando non guardano nell’obiettivo, e credo che fare foto ai concerti sia in questo senso un caso unico: chi scatta ha la possibilità di fermare un istante in cui per il musicista non possono esistere maschere, finzioni, sovrastrutture, se non quelle della musica. Sono emozioni immediate senza possibilità di mettersi in posa, e per me è vitale fotografarle non tanto per “conoscere” chi mi sta davanti quanto per la bellezza intrinseca di quell’attimo di verità (ecco, si sente che studio filosofia, vero?). Per quanto riguarda me davanti all’obiettivo, sia che si tratti di un autoritratto, sia di una foto fatta da altri, ho smesso molto tempo fa di avere complessi e anzi sono sempre molto curiosa di come posso essere vista dal di fuori.

O. Sei stata influenzata dal lavoro di qualcuno oppure hai sviluppato da sola questa passione?

GD. Come dicevo prima, la scintilla iniziale è stata improvvisa e spontanea. Poi, mano a mano che sono progredita nel campo della fotografia, ho iniziato a guardarmi intorno e i miei maestri e le mie ispirazioni sono diventati i miei colleghi, quelli che incontro nel pit, prima dopo e durante i concerti, specialmente su Roma (parlo della capitale perché è la compagine che conosco meglio), ci sono tanti fotografi dotati e c’è una varietà di approcci, di sfumature, di abilità davvero impressionante. Da questo punto di vista, confrontarmi con gli altri mi ha fatto crescere tantissimo, e internet è stato uno strumento essenziale per tenermi in contatto, per parlare, o anche solo per passare ore ed ore a sfogliare foto.

O. Parlaci della tua esperienza con il validissimo staff di Radio Bombay. Cosa fate e come vi muovete?
GD. Intanto, grazie per il “validissimo”!
Radio Bombay è nata nel 2009 principalmente come radio e poi piano piano, soprattutto nell’ultimo anno, si è espansa fino a diventare una vera e propria webzine musicale. Quindi oltre al palinsesto radio che si può ascoltare comodamente via web, scriviamo recensioni, diamo notizie, raccontiamo dei concerti a cui siamo stati e intervistiamo più musicisti possibile. Il tutto in modo obiettivo e neutrale, o almeno ci proviamo. Se devo dire cosa mi piace molto di Radio Bombay è che si fatica, e nessuno se la tira.
Vedremo come prosegue il progetto e per ora, sperando sempre di crescere, siamo molto contenti.

O. So che ami molto la letteratura e siccome la amo molto anche io io ti chiedo: cosa stai leggendo di interessante al momento? E quali sono i tuoi autori preferiti? Ti va di “suggerirmi” qualcosa?
GD.
Al momento sto preparando un bell’esamone di Fisica, quindi ho dovuto accantonare l’amata narrativa in favore della letteratura scientifica e sto leggendo “Sei Pezzi Facili” di Richard Feynman, un libretto divulgativo a proposito di meccanica quantistica, ma non so quanto possa interessare.
Ho tanti autori preferiti e potremmo stare a parlarne per ore, comunque: fra gli evergreen, ossia quei libri che non smetterei mai di rileggere, consiglierei qualcosa di Daniel Pennac come “Il Paradiso degli Orchi”, esistono pochi scrittori geniali come lui; mentre per quanto riguarda i libri che mi sono piaciuti di recente, direi “Cecità” di Josè Saramago, un classico sudamericano del Novecento che, purtroppo, ho scoperto in ritardo.
Per ultimi due libri che consiglio a tutti quelli che conosco e che, quindi, non posso esimermi dal citare: “Sommario di Decomposizione” di Emil Cioran, bellissimo e terribile, da prendere a piccolissime dosi, e “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, tredicimila volte meglio del (bel) film, leggetelo!

O. Il tuo nome è spesso collegato ad “Heroes”, progetto romano che in pochissimo tempo è riuscito ad aggregare moltissime realtà non mainstream in un movimento compatto e organizzato. Ci vuoi dire qualcosa in più su quello che è successo a Le Mura quest’anno?
GD.
Io credo che Heroes sia stato una rivoluzione (piccola? Locale? Non è importante). Al di là delle serate e dei concerti che sono stati spettacolari, alla base di tutto c’è l’idea di fondo di essere eroi perché si confida soltanto nelle proprie forze, nella propria volontà di dimostrare che la musica underground è viva e non teleguidata da una manciata di altoparlanti mediatici che a turno mettono dei nuovi indie-idoli sul trono.
Heroes è stata la dimostrazione che si può creare una rete di collaborazione fra musicisti, persone in carne ed ossa, dal vivo, in antitesi con tutto l’apparato consueto dell’industria musicale, che imporrebbe lo scambio di favori, o piuttosto la rivalità, la competizione, come uniche forme di percorso per una band emergente.
Per me Heroes è stata l’occasione per innamorarmi di tante band senza usare precauzioni.

O. In genere lascio l’ultima domanda indeterminata, in modo che l’intervistato possa avere l’opportunità di sviluppare una riflessione personale che ritenga rilevante. In poche parole… c’è qualcosa che ti piacerebbe dire, sussurrare o gridare?
GD.
Forse sarebbe giusto restare attuali. Parlare di lavoro, di casa, di come si sta in Italia e di come non ci si sta. Parlare di come sembri l’alternativa definitiva per molti di coloro che “lavorano” nel campo dell’arte andare a vivere all’estero, piuttosto che sopravvivere a casa propria tentando di rendere fertile il deserto.
Ma resterò sull’ideale, mi piace fare proclami: gente, cercate. Non fermatevi. È il leit motiv della mia vita adesso, o forse il risultato di tutto quello (ancora poco) che ho fatto finora: la verità non verrà da voi e difficilmente sarà sotto i vostri occhi per quello che è. La fotografia, la scrittura, il viaggio, la musica, l’ispirazione, non sono che vie per indagare. Seguitele e fatevene protagonisti, protagonisti consapevoli di esserlo.
C’è poco da essere felici se non si è veri.

by Maria Maddalena

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