Heroes Music (Ita/Eng)

 

 

 

The Nico Blues – Blame the Boredom, Blame the Basements

Nella breve biografia sul loro sito dicono di essere stati paragonati a
tutto, dai Pavement ai Grateful Dead e, dopo aver ascoltato il loro
Blame the Boredom, Blame the Basements (che vi consigliamo caldamente
di assaporare su bandcamp  per poi scaricarlo gratuitamente dal sito, non è affatto difficile crederlo.

Questa band originaria del New Jersey filtra e impasta in un proprio
stile riconoscibile e coerente una quantità di influenze diverse, dal
cantautorato folk all’hardcore. Il risultato ha un gusto quasi
europeo, a riprova del fatto che le radici, per quel che pertiene alla
formazione musicale, non sono più un’eredità che si acquisisce, ma una
parte della propria identità che si costruisce con scelte consapevoli.
Il disco è completamente autoprodotto e, se da un lato conserva la
freschezza e la sregolatezza del fai-da-te adolescenziale, dall’altro
presenta una cura tecnica e sonora che certamente era inarrivabile per
le garage band dell’era analogica.

Il mood del disco è intriso di anni ’90 e si articola in atmosfere
diverse, con appena un po’ di gusto vintage. Niente toni pastello:
questi ragazzi sanno fare del sano rock’n’roll con componenti
melodiche senza rinunciare ai chitarroni ben suonati. Il suono è
costruito su una ritmica poderosa che sostiene linee melodiche
immediatamente efficaci e convincenti. Si va dai toni scanzonati e
colorati di “Three is a Crowd” e “The Gents and The Jesus Freaks” alle
ballads appena un po’ lisergiche come “Living Proof”.

In ultima analisi il primo ascolto di questo disco ha un pregio
fondamentale: fa venire voglia di passare al secondo ascolto.

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In the short description on their website they say they’ve been “compared to
everyone from Pavement to the Grateful Dead” and, after listening to
Blame the Boredom, Blame the Basements (which we warmly recommend for
you to enjoy on bandcamp and then download off of their website, that’s easy to believe.

This New Jersey based band filters and merges a variety of influences
– from folk songwriting to hardcore – into its own peculiar and
consistent style. The outcome tastes somewhat european, yet another
proof that, as far as musical education goes, roots are no longer
something you inherit, they are a trait of your identity that you
consciously build.

The album is entirely self produced and, while it has the crisp and
reckless ring of teenage DIY, it is expertly and carefully engineered
to a degree way beyond the reach of any garage band in the analogic
age.

The general mood is soaked in 90’s sound and explores different
atmospheres, with just a hint of vintage. No sappy tones though: these
guys know how to play some serious rock’n’roll with good harmonies
without sparing their powerful and well played guitars. Their sound
stems from impressive rhythmics, that support catchy and effective
melodies. They range from the breezy and colorful tones of “Three is a
Crowd” and “The Gents and The Jesus Freaks” to slightly lysergic
ballads such as “Living Proof”.

When you come down to it, this album has one fundamental quality: as
you’re through listening to it for the first time, it makes you want
to listen to it again.

 

Ben Franklin – Optimist

Questa band, molto semplicemente, spacca il culo. Talento di razza
applicato al punk, una solidissima base rock’n’roll che li fa ballare
selvaggiamente sull’orlo del caos sonico senza mai caderci dentro.
Batterie frenetiche alleate con un basso rabbioso, chitarre versatili
che vanno dal noise più tagliente a suggestioni quasi folk. Il loro
Optimist  va ascoltato tutto d’un fiato e merita di diventare la colonna sonora di
buona parte della vostra giornata.

L’attitudine incazzata e punk’n’roll è chiara fin dal primo pezzo
“Tell Us How You Really Feel”, tirato e selvaggio, con un testo amaro
trasfigurato nell’ondata di rabbia delle chitarre velocissime. I testi
sono indubbiamente uno dei punti di forza dei Ben Franklin, che non
esitano a prendere posizione e a essere politici, esprimendo idee
molto ben delineate su temi importanti senza mai scadere nelle
ovvietà. Particolarmente degno di nota sotto questo aspetto è “The
Face of Proposition 8″, bellissimo e tiratissimo pezzo punk che
attacca con dissacrante sarcasmo la Proposition 8 (una proposta di
referendum per abolire i matrimoni omosessuali in alcuni stati
americani): è particolarmente interessante il fatto che la descrizione
dei fondamentalisti pseudo-cristiani che marciano armati di figli
obesi e forconi, tronfi nella loro ignoranza e irragionevole violenza,
si adatti alla perfezione agli equivalenti nostrani.

Questi quattro ragazzi di NY sanno parlare di tutto, di politica
(“Timmeh”) come d’amore (“Ghosts”) con arguzia asciutta e intelligente
e soprattutto attraverso uno stile musicale coinvolgente e
irresistibile. La composizione è perfetta e ispirata, gli
arrangiamenti audaci, l’esecuzione incendiaria.

Se la globalizzazione e la rete sono in grado di portare dall’altra
parte dell’Oceano una band come questa, forse possiamo convenire che
il progresso non è poi una cosa tanto malvagia.

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This band just plain kicks ass. First class talent applied to punk, a
firm rock’n’roll foundation that allows them to dance wildly on the
edge of sonic chaos without falling over. Frantic drums ally with a
growling bass, versatile guitars skate from harsh noise to faint
suggestions of folk songwriting. Optimist  is meant to be
listened to in one sit and then become the soundtrack to the best part
of your day.

The band’s kickass punk’n’roll attitude is clear on the very first
track, “Tell Us How You Really Feel”, which is groovy and wild, with
bitter lyrics literally transfigured into a tidal wave of rage and
ultrafast guitars. Lyrics are one of the strongest features in Ben
Franklin’s music: they don’t hesitate to take stands and be political,
expressing very clear cut ideas about important issues, without ever
stooping to obvious statements. “The Face of Proposition 8″ is quite
remarkable: this beautiful and groovy track attacks Proposition 8 with
desecrating sarcasm: it is of particular interest that the description
of the pseudo-christian fundamentalists who march armed with dung
forks and overweight kids, puffed up in their ignorance and mindless
violence, perfectly fits our very own home equivalent.

These four NYC guys can talk about anything, from politics (“Timmeh”)
to love (“Ghosts”) with dry and clever wit and, what’s more, in a
compelling and enthralling style. The tracks are beautifully composed
and inspired, daringly arranged, recklessly played.

If globalization and the web are apt to bring such a band to the other
side of an Ocean, we surely can agree that progress is not that bad
after all.